L'articolo enciclopedico ripercorre la storia del liberalismo politico dalle sue origini nell'Inghilterra del XVII secolo fino al suo rinnovamento nel XX secolo. Hayek distingue due filoni: la tradizione inglese dei Whig, che egli definisce attraverso i tre principi della libertà di opinione, dello Stato di diritto e della proprietà privata, e il liberalismo razionalistico della Rivoluzione francese, che sostituisce la fiducia nell'ordine sociale cresciuto spontaneamente con la fiducia in un piano concepito dalla ragione. Una sezione a parte tratta il breve liberalismo politico in Germania e il suo declino sotto Bismarck. La parte conclusiva descrive il tramonto del liberalismo fino alla Prima guerra mondiale e la sua rinascita grazie ad autori come Mises, Lippmann, Röpke ed Eucken, il cui nuovo liberalismo sottolinea il nesso tra ordine economico e ordine politico. Un'ampia bibliografia chiude l'articolo.
La tradizione liberale dei Whig
Sebbene le radici intellettuali del liberalismo politico risalgano all'antichità classica e i suoi ideali riaffiorino con il Rinascimento in Italia, l'inizio del suo sviluppo continuo non può tuttavia essere collocato molto prima che nell'Inghilterra del XVII secolo. Là e in Olanda l'atteggiamento spirituale, che si era già manifestato negli scritti di uomini come Erasmo e Montaigne, trovò per la prima volta la sua espressione in movimenti politici; e benché sotto alcuni aspetti, forse cronologicamente, lo sviluppo in Olanda sia stato precedente, gli avvenimenti e le discussioni in Inghilterra ebbero un effetto di gran lunga più vasto (e anche l'influsso dello sviluppo nei Paesi Bassi è ancora troppo poco chiarito), al punto che le lotte politiche in Inghilterra tra il 1603 e il 1688 devono essere considerate come la vera fonte della moderna idea liberale dello Stato. Fu poi il partito della vittoriosa "gloriosa rivoluzione" del 1688, i Whig, che fino alla rivoluzione francese rimase il portatore di quegli ideali, i quali trovarono la loro espressione classica nelle opere di John Locke, furono teoricamente elaborati dai filosofi sociali scozzesi da David Hume a Dugald Stewart e infine ottennero ampia diffusione attraverso i loro discepoli, soprattutto nella «Edinburgh Review».
Il complesso di ideali che caratterizzava questa tradizione può essere riassunto nel modo più appropriato sotto i tre princìpi strettamente connessi della "libertà di opinione", della "signoria della legge" e della "proprietà privata" e della relativa economia di concorrenza ad essa collegata.
Di questi tre princìpi, sotto più di un aspetto, quello della libertà di opinione è il più importante. Tanto la convinzione che solo la libera discussione conduca al graduale superamento dell'errore e che anche ciò che oggi appare alla grande maggioranza (o persino agli "esperti") come un errore indubitabile possa recare in sé il germe di una futura nuova conoscenza, quanto la connessa consapevolezza del potere delle idee come forza decisiva che plasma la società, sono certamente gli elementi più caratteristici e di più ampia portata della tradizione liberale. Iniziando con la lotta per la libertà religiosa e di coscienza (con Roger Williams nelle colonie americane come suo più importante precursore precoce), il principio generale si è gradualmente affermato come libertà di stampa, libertà di parola e di riunione e come libertà accademica di insegnamento. Dalle formulazioni classiche di John Milton nel XVII secolo fino alla poco nota, ma sotto il profilo oggettivo probabilmente più soddisfacente, sintesi dell'argomentazione liberale ad opera di Samuel Bailey e più tardi di John Stuart Mill e Walter Bagehot, in questo campo vi fu in Inghilterra uno sviluppo continuo che l'Europa continentale recuperò soltanto negli esplosivi prorompimenti delle rivoluzioni del 1789 e del 1848. La sua conseguenza più importante è la convinzione, profondamente radicata nei paesi di antica tradizione liberale, che ogni mutamento dell'ordine sociale debba essere preceduto da un mutamento delle opinioni dominanti e che pertanto ogni movimento di riforma che prometta successo debba essere impostato sul lungo periodo, e soprattutto che, praticamente sotto qualunque forma di governo, sia in ultima istanza l'opinione pubblica a determinare la politica.
Appena meno fondamentale di questo primo principio e strettamente connesso ad esso è quello della signoria della legge o dello "Stato di diritto". L'essenziale sta qui in un rigoroso vincolo di ogni esercizio del potere e in regole salde, che escludano ogni arbitrio, regole che trovino applicazione in egual modo su tutti i membri della società e che nel singolo caso vincolino i governi non meno dei governati. Lo scopo del principio è l'eliminazione di tutti i privilegi creati dall'ordinamento giuridico, cioè l'uguaglianza formale davanti alla legge, e al tempo stesso, come già John Locke espresse con tutta chiarezza, la generale diminuzione del potere che gli uomini esercitano sugli uomini. Ad esso sta a fondamento il desiderio di ampliare il più possibile l'ambito della libertà di decisione dell'individuo, di rendere il più possibile prevedibili gli interventi del potere statale mediante il vincolo a regole salde e al tempo stesso di limitarli a quei casi in cui essi non siano destinati a favorire persone determinate, bensì a offrire a tutti occasioni più favorevoli, lasciando però al singolo l'uso che ne fa. Non sempre si riconosce che questo principio, in un primo momento puramente formale, racchiude in sé in realtà una limitazione materiale assai vasta dell'estensione dell'attività statale consentita: se lo Stato deve trattare in egual modo uomini diversi nonostante la diversa indole e posizione, il risultato deve essere ineguale; e per assicurare, ad esempio, a persone ineguali nelle loro capacità le medesime possibilità, esso dovrebbe trattarle in modo ineguale. Proprio ciò, però, esclude il principio dell'uguaglianza davanti alla legge.
Il terzo elemento fondamentale è in parte una conseguenza e al tempo stesso un presupposto del precedente: il riconoscimento della proprietà privata, in particolare anche sui mezzi di produzione, e con essa della responsabilità propria del singolo per il loro impiego e per la provvista del proprio sostentamento. "Life, Liberty, and Property" era la formula classica degli inglesi amanti della libertà del XVII e XVIII secolo, e persino il gruppo socialmente più radicale della guerra civile inglese, i "Levellers" (spesso a torto considerati precursori del socialismo), fece dell'inviolabilità della proprietà privata uno dei punti centrali del proprio programma. In effetti la libertà di proprietà e di contratto è connessa nel modo più intimo con la signoria della legge: l'una non è possibile senza l'altra. La rivendicazione consapevole della libertà economica fu però propriamente avanzata soltanto dopo che la sua ampia realizzazione effettiva ne ebbe mostrato i vantaggi. La lotta contro i privilegi e per la limitazione del potere del re era stata condotta dapprima nell'interesse della parità di diritti dei cittadini; e fu una conseguenza di ciò che l'influsso dell'amministrazione sull'economia fu ridotto al minimo. Adam Smith non ebbe in fondo che da perorare l'estensione al commercio estero di un principio largamente vigente e di successo all'interno, e a tal fine da mostrare perché la libertà economica si fosse rivelata tanto efficace.
È importante notare che le dottrine di questo liberalismo più antico si estendevano essenzialmente solo all'oggetto dell'attività statale, ma non alla forma di governo. Dalla sua generale avversione verso ogni impiego della forza, sia all'interno sia nei rapporti esterni degli Stati, derivava certamente che il liberalismo più antico, nella questione di chi dovesse esercitare il potere di governo, dovesse propendere per l'unico metodo noto di una decisione pacifica, quello della decisione a maggioranza: "Meglio contare le teste che spaccarle." Ma in fondo gli premeva più ridurre l'importanza delle decisioni politiche che stabilire chi le esercitasse.